
...alle 10,40 del 12 novembre 2003 un’autocisterna carica di esplosivo arriva, indisturbata, accanto alla palazzina di Nassiriya dove ha sede il contingente italiano, ed esplode. E’ strage. Muoiono, a scelta, 17, o 19, o 28 persone. Dipende da chi ne parla: se ne parlano i militari, sono morti 17 soldati italiani (12 carabinieri e 5 soldati dell’esercito); se ne parla qualcuno pià attento, aggiunge 2 civili italiani; infine, se ne parla qualcuno per il quale i morti sono morti, qualsiasi divisa o abito da lavoro indossino, e di qualsiasi nazionalità siano, allora ci si ricorda anche di 9 morti iracheni.
Oggi sono passati tre anni da quel giorno, e possiamo tentare di parlare freddamente del perchè siano arrivati a Nassiriya, del perchè siano morti, del perchè gli altri non siano ancora tornati a casa. Possiamo anche tentare di fare un bilancio sulla (molto) eventuale utilità del loro soggiorno in Iraq.
Nassiriya, una missione all'ombra del petrolio
In un documento datato 11 novembre 2004, un anno dopo la strage di Nassiriya (12 novembre 2003), che il ministro degli Esteri Franco Frattini inviò alla Camera, venivano riassunti i motivi che sono alla base della partecipazione italiana alle missioni militari all'estero, ed in special modo in Iraq. La Farnesina, in sintesi, spiegava che «l'impegno italiano per la sicurezza internazionale» è determinato da «un calcolo razionale del nostro interesse». A pagina 2 questa filosofia viene ulteriormente specificata: il ministro Frattini spiega che «il nostro impegno nelle missioni di pace rappresenta un solido investimento» e che, di conseguenza, «possiamo attenderci considerevoli benefici economici dalla stabilizzazione di regioni sensibili per i nostri approvvigionamenti e per le prospettive di apertura di nuovi mercati e di nuove aree di collaborazione». A quali approvvigionamenti si riferisce il ministro degli Esteri, oggi commissario europeo?
Secondo un'inchiesta pubblicata dal settimanale Diario e trasmessa su Raitre (l'autore è Sigfrido Ranucci di Rainews24) l'interesse dell'Italia in Iraq è «l'oro nero», il petrolio del quale il paese mediorientale possiede il secondo giacimento al mondo. Mai, nei tanti dibattiti parlamentari che si sono tenuti da due anni a questa parte, il governo non ha mai citato il petrolio tra le ragioni che hanno portato alla decisione di inviare le truppe a Nassiriya. Fin dagli esordi della spedizione (alle Camere se ne parlò per la prima volta il 14 e 15 aprile 2003, pochi giorni dopo la caduta di Baghdad) Frattini, e successivamente Fini, hanno solo ed esclusivamente parlato di «iniziativa umanitaria». Secondo l'inchiesta pochi giorni prima dell'inizio dell'attacco anglo-americano contro l'Iraq di Saddam il governo italiano aveva ricevuto un voluminoso dossier redatto dal professor Giuseppe Cassano, docente di statistica economica a Teramo, per conto del ministero delle attività produttive. L'analisi dello studioso era iniziata sei mesi prima della guerra e aveva come oggetto le opportunità che si offrivano all'Italia di sfruttare le risorse petrolifere irachene.
Il relatore è convinto che l'Italia possa puntare sui «giacimenti di Halfaya e Nassiriya». Sul fatto che l'Eni avesse raggiunto, come altre aziende e governi europei, un accordo con gli iracheni non vi sono dubbi. Di questo parlano anche i documenti citati nel rapporto sull'energia che Bush ebbe dal suo vice Cheney all'inizio del suo primo mandato. Viene citato un accordo, datato 1997, e realizzato tra gli iracheni da un lato e le compagnie Eni e Repsol (Spagna) dall'altro per lo sfruttamento di immense riserve, varianti tra i 2,5 e i 4 miliardi di barili. Tra la metà degli anni novanta ed il 2000 (come conferma l'ex dirigente Eni Benito Li Vigni) l'Eni aveva dunque raggiunto un'intesa con Baghdad che però (come per altri accordi realizzati coi i russi ed altri paesi occidentali) non si tramutò nello sfruttamento dei pozzi perché Saddam pretendeva come contropartita la fine dell'embargo che solo gli americani erano in grado di decretare. Il professor Cassano, nel dossier consegnato al governo, guarda però al «dopo Saddam» ipotizzando che, a guerra conclusa, vi sarà dapprima una «fase emergenziale» e quindi si aprirà la corsa per la ricostruzione.
La «seconda fase - scrive il relatore - sarà più interessante della prima». Come abbiano appreso da una fonte diplomatica funzionari dell'Eni si sono recati a Nassiriya «ma solo per brevi periodi» e, anche se gli americani sono orientati a confermare i contratti realizzati ai tempi di Saddam, le condizioni di sicurezza non hanno finora permesso l'avvio della ricostruzione. A Nassiriya vi è una grande raffineria nella quale sono in funzione impianti relativamente moderni realizzati dai russi negli anni settanta, ma la produzione è modesta. Il documento del professor Cassano dimostra dunque, prove alla mano, che poche settimane prima della guerra e fin dalla metà degli anni novanta il governo italiano e l'Eni avevano puntato gli occhi sul petrolio di Nassiriya. Mentre, in Parlamento, Frattini chiedeva voti per la «missione umanitaria», nei cassetti della Farnesina c'erano già i piani per «solidi investimenti» e soprattutto per garantire «i nostri approvvigionamenti».
Tutto così faciile... ma perchè eravamo proprio in quel posto? Il palazzo che alloggiava la base “Maestrale” era l’ex sede della Camera di Commercio, ed era quanto di più facile da attaccare. Gli italiani l’avevano ereditata dai marines americani, che generosamente gliela avevano passata (forse addirittura gratis...) Col senno di poi, ma non solo, era quanto di più indifendibile si potesse immaginare. Arrivando in Iraq, colpiva l’assetto di guerra della capitale, le lunghe file di pannelli di cemento “texas” alti nove metri che avvolgevano tutti gli obiettivi sensibili, compreso il “Palestine”. A Nassiriya invece solo mucchi di Hesco Bastion, sacchi riempiti di sabbia o di sassi e avvolti da una rete di acciaio. La strada che fiancheggiava la base “Maestrale” era chiusa a metà. Solo la carreggiata più vicina all’edificio era inaccessibile. Quelle riportate di seguito sono le dichiarazioni del comandante dell’Arma, il generale Guido Bellini, nell’immediatezza dei fatti:
“Contro un’onda d’urto del genere – calcolava il numero uno dei carabinieri - forse sarebbe stato necessario uno spazio vuoto di duecento metri”. Da chi erano state scelte le due basi? “Ci sono state consegnate dai marines. Noi abbiamo potenziato i distanziamenti e abbiamo elevato la difesa passiva…ora sarà migliorata la difesa passiva di questa area. E il ponte (sull’Eufrate percorso dalla cisterna - bomba ndr.) resterà chiuso”. Perché queste precauzioni non sono state prese prima? “La presenza dei carabinieri all’interno della comunità di Nassiriya è una scelta strategica fatta di concerto con il comando inglese…continueremo il nostro servizio fra la gente e per la comunità. Il blocco del ponte ci fu impedito dal comando inglese della divisione che lo considerava una misura impopolare”. Il tenente colonnello Gino Micale, vicecomandante della M.S.U., ammette: “L’assetto è stato il frutto di un compromesso, il migliore possibile”. Circolò subito dopo l’attentato la voce che un notabile di Nassiriya avesse avvertito i militari italiani degli strani movimenti di una cisterna. I vertici della “Missione Antica Babilonia” hanno sempre negato di aver avuto segnalazioni specifiche di pericoli imminenti. Un sopravvissuto, il maresciallo Gaetano Vultaggio, ha rilasciato di recente a “News” questa sibillina dichiarazione: “ Diciamo che ho saputo che lo sapevano”... Dunque noi eravamo lì per un mix di sottovalutazione del rischio (ricordate? La “ggente” vi cuole bene...) e di vassallaggio ai comandi anglo-americani, ai quali non abbiamo mai detto un solo no. Gli inglesi ci avevano spiegato che era opportuno vivere la vita di Nassiriya, ma hanno preferito che a farlo fossero gli italiani: c’est plus facile....
LO STUDIO DELL’OPERAZIONE
Rileggere ora le motivazioni che hanno spinto Haraz a scegliere l’obiettivo è un esercizio utile e raggelante. Il suo braccio destro Haji Thamer è passato per caso da Nassiriya e ha visto una bandiera italiana su un edificio. Nasce così l’idea di colpire il governo Berlusconi per il suo appoggio alla Coalizione dei Volonterosi. Ai primi di ottobre i due fanno un sopralluogo. Haraz è colpito dalla facilità dell’impresa.
Il 13 marzo del 2005 ha dettato a verbale: “Non riuscivamo a capacitarci della inverosimile situazione logistica degli italiani. La loro base, ubicata al centro della città, era divisa in due parti. Le misure di sicurezza erano scarse. Chiunque avrebbe potuto attaccare, visto che la strada di accesso era molto facile”. Il piano prende forma. Haraz e Thamer pensano di colpire la sede della Autorità provvisoria di Coalizione e la “Maestrale”.
Dentro un vecchio mezzo dell’esercito iracheno il capo delle operazioni di “Qaidat al Jihad fil bilad al Rafidain” ossia la “Base della guerra santa nella terra fra i due fiumi”, la succursale irachena di Al Qaeda, ha fatto stipare tre tonnellate e mezzo di esplosivo del tipo Tnt e Cnc e 50 razzi da 135 e da 155 millimetri. L’uomo si chiama Said Mahmoud Abdelaziz Haraz , è nato il 12 agosto 1969 a Qaneqin, nella provincia irachena di Diyala, a nord est di Bagdad. Voleva radere a zero il palazzo che ospitava la “Maestrale”. Non c’è riuscito per puro caso. Belgacem Bellil, il kamikaze alla guida del mezzo, un algerino trapiantato in Spagna, ha cominciato a sparare qualche decina di metri prima di piombare sull’obiettivo.
I tiratori scelti appostati sul tetto del palazzo e quelli della base “Libeccio”, Il comando della M.S.U. sulla riva occidentale dell’Eufrate, rispondono al fuoco. La cisterna esplode poco dopo aver superato la sbarra del passo carraio.
LA RICOSTRUZIONE
Un camion forza il posto di blocco all'entrata della base e prosegue la sua corsa sino alla palazzina di tre piani che ospitava il dipartimento logistico italiano. C'è una sparatoria. Dietro al camion irrompe l'autobomba che finisce la sua corsa esplodendo e causando l'inferno. In tarda serata il generale Giorgio Cornacchione, comandante del contingente italiano, spiegherà che a compiere l' attentato sono stati "quattro kamikaze" su due veicoli con a bordo tra i 150 ed i 300 chili di esplosivo. Gli attentatori sono stati inizialmente "fermati da difese esterne", costituiti da reti e fili spinati. "Ma il quantitativo di esplosivo - ha detto il generale - era così potente da aver distrutto quasi completamente la palazzina".
L'esplosione è potentissima, fa crollare gran parte dell'edificio e danneggia una seconda palazzina dove ha sede il comando. I vetri delle finestre del complesso vanno in frantumi. Nel cortile davanti alla palazzina molti mezzi militari prendono fuoco. In fiamme anche il deposito delle munizioni, da cui provengono forti esplosioni. Il traffico nella zona circostante è in tilt, mentre la popolazione scende in strada in preda al panico.
I primi a parlare di attentato suicida sono i giornalisti della tv araba Al Jazeera che ipotizzano uno o due mezzi impiegati dai kamikaze. La base colpita, ribattezzata "Animal House" si trova nella vecchia sede della Camera di Commercio, sulle rive del fiume Eufrate. Nell'esplosione sono andati distrutti anche gli uffici di un edificio dove ha sede una Ong americana, la International Medical Corps, attiva nella zona da circa sei mesi. Tra il personale della Ong vi sono almeno altri 10 feriti, tra cui lo stesso coordinatore, il britannico Ewmar Tiangle. Gli italiani avevano già dovuto affrontare episodi di ostilità a Nassiriya in settembre. Disordini erano esplosi durante il pagamento degli stipendi ad ex militari iracheni. (12 novembre 2003)
Nassiriya... quando i "bravi ragazzi" giocavavo al tiro a segno...
Berlusconi: "Non ci ritireremo; in Iraq proseguiamo la missione"
"La nostra missione umanitaria in Iraq continua nell'ambito di una grande organizzazione quale è l'Onu". Silvio Berlusconi, parlando in diretta telefonica a "Buona Domenica" ha ribadito che l'Italia non si ritirerà dall'Iraq ricordando che il nostro paese "non ha partecipato ad azioni di guerra" perche é solo quando la guerra "si è chiusa" è stato deciso, con un voto parlamentare, di "inviare i nostri soldati".
Tanto per illustrare quanto affermato da Berlusconi, un anno dopo questa affermazione apodittica arriva la “battaglia dei ponti”, ed arrivano le immagini, trasmesse da RaiNews24 ma rifiutate dai canali analogici RAI e da Mediaset, che mostrano all’opera i “nostri ragazzi” del reggimento Tuscania, impegnati a fare il tiro a segno contro iracheni inermi, e a volte forse già feriti, con fucili di precisione e mitragliatrici che si inceppano. Il grido di guerra di uno di questi “portatori di democrazia”?
...cazzo, Luca, quello si muove ancora... annichiliscilo...
Il filmato rifiutato da tutti sarà trasmesso solo a notte fonfa da RaiNews24, ma finirà sul web: per fortuna che c’è Internet... Il filmato può essere visto al link che segue, con Windows Media Player. Dovrebbe essere proiettato in tutte le scuole...
http://www.rainews24.it/ran24/reportage/default_08122005.asp
"Nassiriya agosto 2004, un giorno di guerra"
A Nassirya si svolge la terza battaglia dei "ponti". Nel combattimento furono impegnati carabinieri paracadutisti del reggimento Tuscania, elementi della seconda brigata mobile e dei bersaglieri . Non riteniamo di commentare queste immagini che offriamo agli spettatori per il loro indiscutibile valore documentario. Corsera 08 dicembre 2005
Mediaset ferma il film di Nassiriya - Doveva essere trasmesso da Le Iene. Comunicato dell'azienda: «Rappresentazione dei soldati diversa dalla realtà di ogni giorno»
Traduzione: quello che si vede nel filmato non può essere revocato in dubbio, però non lo trasmettiamo perchè non è che tutti i santi giorni “i nostri ragazzi” facciano il tiro a segno sparando addosso agli iracheni... diamine, noi siamo in Iraq in “missione umanitaria”...
Il filmato, girato da un soldato italiano durante la battaglia dei ponti a Nassiriya nell'agosto del 2004, e trasmesso da RaiNews24, non è stato invece mandato in onda nella puntata de Le Iene. «Si tratta - è scritto in un comunicato dell'azienda - di immagini molto confuse dei nostri soldati sotto attacco (sotto attacco???), commentate da un rappresentante di un'organizzazione denominata osservatorio militare difesa in modo non conforme agli standard giornalistici dell'azienda (...e quali sono questi “standard”, quelli di Emilio Fede & Paolo Liguori?), che danno una rappresentazione della presenza in Iraq dei militari italiani lontana dalla realtà di ogni giorno».
LE IMMAGINI - Il filmato intero dura quasi dodici minuti, comincia quando il sole è alto e si conclude con il buio, con il sottofondo di voci e urla, di inviti a «annichilire un nemico forse ferito e a stare attenti a non coinvolgere altri italiani». Grida e dialoghi sottolineati da detonazioni secche e l' eco di lunghe raffiche. E' il resoconto di alcune fasi della «battaglia dei ponti» che, nell' agosto dello scorso anno, vide impegnati militari italiani contro miliziani sciiti che, a Nassiriya, cercavano di conquistare il controllo di punti nevralgici della città. Nel presentare il filmato, Rai New 24 ha indicato in unità dei carabinieri, dei bersaglieri e in militari della Seconda brigata mobile i soldati italiani impegnati.
I DIALOGHI TRA I MILITARI - Il «sonoro» in presa diretta dei militari è un susseguirsi di indicazioni: «Non sprecate munizioni», «Cosa c'ha in mano?», «Guarda come si muove, il bastardo». Ma anche di avvertimenti: «Ci sono gli italiani, lì sotto», dice qualcuno per sollecitare attenzione a non indirizzare il fuoco dove c' erano postazioni di nostri militari. Qualcuno, poi, per chiedere maggiore prudenza chiede agli altri militari, che vedono in lontananza un uomo spostarsi, «ma siamo sicuri che non sia il nostro?». E ci sono anche incitamenti, quando qualcuno sollecita a neutralizzare un miliziano che apparentemente è a terra ferito. «Annichiliscilo, Luca», è il grido che si sente e non si capisce a quale dei militari che imbracciano un fucile di precisione sia rivolto. Poi, più tardi, quando la radio fa rimbalzare la notizia che il cecchino è stato «annichilito» i commenti sono di soddisfazione e tutti rivolti a Luca, che, all' inizio del filmato, viene «accreditato» di «averne appena fatto fuori due».
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Nassiriya: il costo del giocattolo
di Gianluca Di Feo - www.alternativerivista.it
Cento milioni di spese militari per ogni milione di aiuti. Fondi record al Sismi e alla Croce rossa. Risultato: la missione in Iraq ha inghiottito oltre un miliardo e mezzo di euro.
Abbiamo speso più per gli 007 che per gli aiuti. È i l paradosso più grande della missione italiana in Iraq, una spedizione nata per favorire la ricostruzione del Paese dopo gli anni della dittatura di Saddam Hussein e soprattutto per dare sollievo alla popolazione stremata da embargo e combattimenti. Doveva essere una missione umanitaria: invece a Nassiriya l'Italia ha investito più negli agenti segreti che nel sostegno agli iracheni. Nei primi sei mesi del 2006 il bilancio approvato dal governo per l'operazione Antica Babilonia prevede 4 milioni di euro di aiuti e ben 7 milioni "per le attività di informazioni e sicurezza della presidenza del Consiglio dei ministri", ossia per gli inviati del Sismi. E la stessa cosa è avvenuta sin dall'inizio: in tre anni l'intelligence ha ottenuto circa 30 milioni di euro mentre per "le esigenze di prima necessità della popolazione locale" ne sono stati stanziati 16. Un divario inspiegabile, che sembra mostrare l'Italia più interessata allo spionaggio che al soccorso di quei bambini per i quali era stata decisa la partenza di un contingente senza precedenti: oltre 3.500 militari con mille veicoli.
Ma a leggere i dati contenuti nella monumentale relazione pubblicata sul sito dello Stato maggiore della Difesa, tutta l'operazione Antica Babilonia appare come una voragine, che inghiotte finanziamenti record distribuendo pochissimi aiuti. O meglio, i conti mettono a nudo la realtà che si vive a Nassiriya: non è una missione di pace, ma una spedizione in zona di guerra. Finora infatti sono stati stanziati 1.534 milioni di euro, poco meno di 3 mila miliardi di vecchie lire, per consegnare alla popolazione della provincia di Dhi-Qar poco più 16 milioni di materiale finanziato dal governo: un rapporto di cento a uno tra il costo del dispositivo militare e i beni distribuiti. In realtà, però, la spesa totale per le forze armate italiane a Nassiriya è addirittura superiore a questa cifra: tra stipendi, mezzi distrutti ed equipaggiamenti logorati dal deserto la cifra globale calcolata da 'L'espresso', consultando alcuni esperti del settore, si avvicina ai 1.900 milioni di euro.
Intelligence a go-go Su tutte le pagine del rapporto dello Stato maggiore Difesa, disponibile sul sito web, è stampata la dicitura: 'Il presente documento può circolare senza restrizioni'. Solo nelle ultime 20 pagine questo timbro non compare. Ed è proprio nella nota finale sugli aspetti finanziari di Antica Babilonia che compaiono le notizie più delicate. A partire dalla voce: 'Attività di informazioni e sicurezza della PCM', ossia della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Si tratta dei fondi extra consegnati agli agenti del Sismi che operano in Iraq: non si sa se lo Stato maggiore li abbia indicati per voto di trasparenza, per errore o per una piccola mossa perfida. Di fatto, finora le disponibilità degli 007 erano un mistero, oggetto di grandi illazioni soprattutto per quanto riguarda la gestione dei sequestri di persona. Da anni si discute delle riserve usate dalla nostra intelligence per comprare informatori o per eventuali riscatti pagati durante i rapimenti. Adesso queste cifre permettono di farsi qualche idea del costo dei nostri 007 in azione. Per i primi sei mesi del 2003, purtroppo, lo Stato maggiore non è illuminante: la provvista è mescolata assieme alle spese di telecomunicazioni, quelle dei materiali per la guerra chimica e quella per il trasloco delle truppe. In totale poco meno di 35 milioni. Facendo il confronto con i bilanci dei semestri successivi, si potrebbe ipotizzare che al Sismi siano andati circa 4 milioni di euro. In ogni caso, gli stanziamenti diventano poi espliciti: 9 milioni nel 2004, 10 milioni nel 2005, 7 milioni già disponibili per i primi sei mesi di quest'anno. Una somma compresa tra i 50 e i 60 miliardi di vecchie lire, destinata soltanto a coprire i sovrapprezzi delle missioni top secret in territorio iracheno, a ricompensare gli informatori e, verosimilmente, alla gestione dei sequestri di persona. Quelle operazioni che hanno determinato il ritorno a casa di sei ostaggi, grazie anche al sacrificio del dirigente del Sismi Nicola Calipari. Un ultimo dato: dalla stessa relazione dello Stato maggiore apprendiamo che il Sismi ha avuto altri 23 milioni e mezzo per la missione in Afghanistan. Anche in questo caso, la dote degli 007 supera di gran lunga il valore dei beni distribuiti alla popolazione.
La lontananza è cara Le voci trasporti e telecomunicazioni della spedizione hanno importi choc. Per i viaggi avanti e indietro dei reparti, dei rifornimenti e degli equipaggiamenti, sono stati spesi finora 125 milioni di euro. Ogni quattro mesi infatti le brigate impegnate a Nassiriya vengono sostituite: devono tornare in Italia con le loro dotazioni di materiali e armi leggere. Veicoli e scorte invece restano sempre in Iraq, salvo quando il logoramento impone di rimpiazzarli. Sorprendente anche la 'bolletta del telefono': 11 milioni in 18 mesi. Non si tratta delle chiamate a casa dei soldati o dei carabinieri, ma del flusso di telecomunicazioni via satellite per l'attività dei militari: i contatti con l'Italia, quelli con i comandi alleati e molte delle trasmissioni radio sul campo. Pesante pure il capitolo 'Croce rossa italiana': si tratta di oltre 32 milioni di euro. E riguardano il solo ospedale di Nassiriya, quello che fornisce assistenza medica ai nostri militari. Questa struttura ha soltanto come scopo secondario l'attività in favore della popolazione locale: 450 ricoveri in tre anni. Nel 2003 la Croce rossa aveva a Nassiriya 85 persone, poi scese a 70: dall'inizio della missione si tratta di una spesa media per ogni operatore sanitario di oltre 400 mila euro. Perché? La risposta ufficiale chiama in causa le indennità straordinarie e le difficoltà di trasferire medicinali e apparecchiature. L'ospedale da campo creato a Baghdad nel 2003, invece, era finanziato con i fondi del ministero degli Esteri: il costo era ancora più alto, ma i pazienti erano tutti iracheni.
Farnesina tecnologica La quota più consistente dei fondi destinati alla rinascita dell'Iraq viene gestita dalla Farnesina: 103 milioni di euro. La fetta maggiore è stata inghiottita dall'ospedale di Baghdad e dalla difesa dell'ambasciata. Ci sono poi numerose iniziative ad alta tecnologia, tutte realizzate in Italia e alcune di discutibile utilità: 5 milioni per la rete telematica Govnet che dovrebbe connettere i ministeri di Bagdad; 800 mila euro per la ricostruzione virtuale in 3D del museo di Bagdad. I programmi di formazione invece prevedono che il personale iracheno frequenti dei corsi in Italia: una procedura sensata quando si tratta di lezioni per dirigenti o tecnici di alto livello, forse meno quando comporta il trasferimento a Roma di 30 orfani destinati a imparare il mestiere di falegname, barbiere o sarto. Più concreti gli interventi gestiti dal Ministero attraverso la Cooperazione per la ricostruzione dell'agricoltura, del sistema scolastico e di quello ospedaliero: ma nei primi 18 mesi nella regione di Nassiriya erano stati realizzati progetti per soli 3,7 milioni[...]
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Nassiriya: i caduti
I nomi a pagamento...
Abbiamo sentito il dovere di ricordare i nomi dei caduti a Nassiriya. Siamo andati su Google, ed abbiamo trovato un link su Panorama, magazine di proprietà dell’ex presidente del consiglio (tutto minuscolo). Non abbiamo potuto sapere da Panorama i nomi dei “nostri ragazzi”, perchè questo simpatico annuncio lo ha impedito:
“...I contenuti che desideri visualizzare fanno parte dell'Archivio Storico di Panorama e sono riservati agli utenti registrati...”
...insomma, se volete sapere da Panorama i nomi dei "nostri ragazzi", mano alla carta di credito... ma noi, senza faticare troppo, li abbiamo trovati, GRATIS, su decine di altri siti. Meno patriottivi...
NASSIRYA (IRAQ) - L'elenco definitivo delle vittime nella strage di Nassiriya conta 12 carabinieri, cinque soldati dell'esercito e due civili. Sei delle 19 vittime sono di origine siciliana (...insomma, il contributo della terronia al Patano di Arcore...)
Purtroppo non ci è stato possibile reperire i nomi dei 9 iracheni morti nell’attentato, ai quali avremmo voluto estendere questo piccolo omaggio (iracheni che lavoravano per noi): nessuno ha ritenuto di tenerne traccia. In fondo, sono solo iracheni, civiltà inferiore.
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PIETRO PETRUCCI: 22 anni, di Casavatore (Napoli), caporale dell'esercito. Ne era stata dichiarata la morte cerebrale poche ore dopo la strage. Poi è stata staccata la spina della macchina che lo teneva in vita. Petrucci era un volontario in ferma breve e in missione in Iraq con l'incarico di conduttore di automezzi.
DOMENICO INTRAVAIA:46 anni, di Monreale, appuntato dei Cc in servizio al comando provinciale di Palermo; sposato e con due figli di 16 e 12 anni. Lascia anche l' anziana madre, il fratello gemello e due sorelle. Era partito per l'Iraq quattro mesi fa e sarebbe dovuto rientrare fra tre giorni. Era già stato in missione a Sarajevo. I due figli tenevano un calendario da cui cancellavano i giorni che mancavano al ritorno del padre. La notizia ha gettato la moglie nella disperazione: «Voglio morire, senza mio marito la mia vita non ha senso».
ORAZIO MAJORANA:29 anni, di Catania, carabiniere scelto in servizio nel battaglione Laives-Leifers in provincia di Bolzano. L'anziano padre ha appreso la notizia in Svizzera, dove si trovava per sottoporsi ad alcune visite mediche. È rientrato d' urgenza a Catania.
GIUSEPPE COLETTA:38 anni, originario di Avola (Siracusa) ma da tempo residente a San Vitaliano, in Campania, vicebrigadiere in servizio al comando provinciale di Castello di Cisterna (Napoli); sposato e padre di una bambina di due anni.
GIOVANNI CAVALLARO: 47 anni, nato in provincia di Messina e residente a Nizza Monferrato, maresciallo in servizio al comando provinciale di Asti. Era noto con il soprannome di 'Serpicò. Lascia la moglie e la piccola Lucrezia, 4 anni. Era già stato impegnato in altre missioni in Kosovo e in Macedonia. Era da tre mesi in Iraq e stava per rientrare a casa. Ieri sera aveva telefonato alla moglie: «Sto preparando la mia roba, sabato finalmente torno da te e da Lucrezia. Ho voglia di abbracciarvi».
ALFIO RAGAZZI: 39 anni, maresciallo dei carabinieri in servizio al Ris di Messina, sposato e con due figli di 13 e 7 anni. Era partito in luglio e sarebbe dovuto rientrare a Messina sabato prossimo: i familiari stavano già preparando la festa. Era specializzato nelle tecniche di sopralluogo e rilevamento e il suo compito era quello di istruire la polizia locale.
IVAN GHITTI: 30 anni, milanese, carabiniere di stanza al 13/mo Reggimento Gorizia. Era alla sua quarta missione di pace all' estero, dopo essere stato tre volte in Bosnia. Lascia i genitori e una sorella. Ieri sera lo hanno sentito per l' ultima volta al telefono: «Era assolutamente sereno e tranquillo».
DANIELE GHIONE:30 anni, di Finale Ligure (Savona), maresciallo dei carabinieri in servizio nella compagnia Gorizia. Era Sposato da poco. Era stato ausiliario dell' Arma, poi si era congedato e iscritto all' Associazione carabinieri in congedo. Era ritornato ad indossare la divisa vincendo un concorso per maresciallo.
ENZO FREGOSI:56 anni, ex comandante dei Nas di Livorno dove viveva con la famiglia. Lascia moglie e due figli, un maschio, anche lui carabiniere, e una ragazza che studia all'Università. Era partito per l' Iraq il 17 luglio scorso e stava rientrare in Italia. A casa stavano già preparando la festa per il suo ritorno.
ALFONSO TRINCONE:44 anni, era originario di Pozzuoli (Napoli) ma risiedeva a Roma con la moglie e i tre figli. Il sottufficiale era in forze al Noe, il Nucleo operativo ecologico che dipende dal Ministero dell' Ambiente.
MASSIMILIANO BRUNO:40 anni, maresciallo dei carabinieri di origine bolognese, biologo in forza al Raggruppamento Investigazioni scientifiche (Racis) di Roma. Viveva con la moglie a Civitavecchia. I genitori e un fratello vivono a Bologna.
ANDREA FILIPPA: 33 anni, torinese, carabiniere dall' età di 19. Era esperto di missioni all' estero che lo tenevano costantemente lontano da casa. Prestava servizio a Gorizia presso il 13/o Battaglione Carabinieri. Viveva a San Pier D' Isonzo insieme alla giovane moglie, sposata nel 1998.
FILIPPO MERLINO:40 anni, originario di Sant' Arcangelo (Potenza), sposato. Con il grado di maresciallo comandava la stazione dei carabinieri di Viadana (Mantova). È morto nell' ospedale di Nassirya dove era stato portato gravmente ferito.
MASSIMO FICUCIELLO:35 anni, tenente dell' esercito, figlio del gen. Alberto Ficuciello. Funzionario di banca, aveva chiesto di poter tornare in servizio attivo con il suo grado di tenente proprio per partecipare alla missione «Antica Babilonia». Grazie alla sua conoscenza delle lingue era stato inserito nella cellula Pubblica Informazione del col.Scalas. Questa mattina aveva avuto l' incarico di accompagnare nei sopralluoghi i produttori di un film-documentario sui «Soldati di pace». Prima dell' attentato, il titolo, provvisorio, era stato cambiato in «Babilonia terra fra due fuochi».
SILVIO OLLA: 32 anni, dell' isola Sant' Antioco (Cagliari), sottufficiale in servizio al 151/o Reggimento della Brigata Sassari. Figlio di un maresciallo e fratello di un carrista. Laureato in Scienze Politiche, Olla era in forza alla cellula Pubblica Informazione. È morto insieme al ten.Ficuciello mentre accompagnava nei sopralluoghi i produttori del film. La conoscenza dell' inglese e dei rudimenti dell' arabo lo avevano fatto diventare uno dei punti di riferimento per i giornalisti.
EMANUELE FERRARO: 28 anni, di Carlentini (Siracusa), caporal maggiore scelto in servizio permanente di stanza nel 6/o Reggimento trasporti di Budrio (Bologna).
ALESSANDRO CARRISI: 23 anni, di Trepuzzi (Lecce), caporale volontario in ferma breve, anche lui in servizio nel 6/o Reggimento trasporti di Budrio. Era partito per l' Iraq da poche settimane. Lascia i genitori, un fratello e una sorella. Ieri sera l'ultima telefonata a casa: «Tutto va bene. Sto andando a letto».
LE DUE VITTIME CIVILI - Nell'attentato sono state coinvolte anche due civili. Si tratta dell'aiuto regista Stefano Rolla, 65 anni di Roma, che stava facendo i sopralluoghi per un film documentario che avrebbe dovuto girare il regista Massimo Spano e di Marco Beci, 43 anni, funzionario della cooperazione italiana in Iraq.
Postato Domenica 12 Novembre 2006 - 17:43