
Mezz’ora per riprendere il figlio da scuola. Operaia licenziata. Ora l’Italia va meglio
Raffaella, 40 anni, divorziata, usava la pausa pranzo per risolvere i suoi problemi familiari. Ma l’azienda, a un certo punto, ha deciso che non andava bene. L’ha cacciata. Le hanno detto che la flessibilità danneggia la produzione. Non vi stupite troppo: è così l’Italia che vuole Montezemolo (e forse qualcun altro) .
Raffaella, 40 anni, lavora in fabbrica, abita con i genitori nel piccolo paese di Casaletto Ceredano, è divorziata e con una figlia di undici anni. Unico reddito: i circa 1000 euro netti del suo lavoro. Da quasi sei anni nella stessa azienda, la IPC divisione Faip di Vaiano Cremasco, in provincia di Crema, con 162 dipendenti, di cui 62 donne. La ditta, che si occupa di produzione di macchine per pulizia, fa parte del gruppo Interpump, proprietaria di decine di aziende con oltre 2.000 lavoratori nel Nord Italia.
Con il datore di lavoro, Raffaella, non ha mai avuto conflitti. Poi le cose cominciano ad andare male. La scuola della figlia è a circa venti chilometri dal posto di lavoro, i due nonni possono accudire la nipote nel pomeriggio ma non andarla a prendere. La pausa pranzo è l’unico momento per ritirarla dalla classe, ma dall’inizio del 2006 l’azienda ha ridotto l’intervallo del pasto da un’ora a mezzora. Il tempo non basta più, nemmeno se non c’è traffico si riesce a stare in quei maledetti 30 minuti tra partire, prendere la bimba, portarla dei nonni e tornare al lavoro senza accumulare ritardo.
L’azienda stigmatizza questi rientri tardivi, così la signora a gennaio firma un accordo nel quale accetta, sino alla fine dell’anno scolastico, di utilizzare i permessi e la riduzione dell’orario per continuare ad andare a prendere la figlia. A settembre, alla ripresa scolastica, il problema si ripresenta e la direzione comincia con una serie di lettere di contestazione e sanzioni disciplinari in crescita [...]
La durezza delle condizioni in cui si lavora oggi spesso, e soprattutto dalle donne, è vissuta in solitudine: le lavoratrici, spesso le madri con figli e figlie piccoli, si ammalano, entrano in depressione, e questo malessere resta un fatto individuale e non diventa un problema sociale, quale invece è. Faccio un appello agli sindacati affinché questo caso non resti isolato, e ci aiuti tutti a dare una veste problematica e sociale al problema, che infatti sociale è: ovvio che la lavoratrice non ce l’ha con l’azienda ma non può essere messa davanti alla scelta tra il suo ruolo di genitrice e quello di lavoratrice. Finché non ragioniamo tutti sul progetto di conciliazione tra tempi di produzione e di riproduzione ci sarà una sola, spietata legge: fuori tu dentro un’altra. E questo è inaccettabile». In Italia, si chiede il sindacato in un volantino diffuso tra le lavoratrici, in fabbrica vale di più il rispetto della costituzione e il dovere di non abbandonare i minori, la responsabilità verso i figli o la produzione e l’ordine di servizio o l’accordo sindacale sul nuovo orario anche se l’azione della lavoratrice non procura nessun danno reale? Il 9 gennaio 2007, alle 9 di mattina, il tribunale di Crema celebrerà l’udienza contro il licenziamento di Raffaella: potrebbe essere un segnale per quello che si annuncia come l’Anno europeo contro le discriminazioni. Vedremo.
Monica Lanfranco (giovedì 21 dicembre)
Postato Giovedi 21 Dicembre 2006 - 14:25